Con grande piacere pubblichiamo l’articolo scritto da Orsola Caligura per la mostra Sala d’attesa inaugurata a Sala 1 il 20 giugno e pensata appositamente per lo spazio espositivo dai dieci artisti provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Roma.
Eloisa Saldari
Sala d’attesa
La galleria Sala 1 offre il suo suggestivo spazio per la mostra Sala d’attesa, una collettiva di dieci giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Roma: Agnieszka Maria Blazy, Joanna Ganczarek, Isabella De Chiara, Alessandro Vizzini, Simone Zaccarella, Serena Santamaria, Adriano Petrucci, Daniela Masala, Cristiana Fasano, Eduardo Herrera.
Il tema è quello dell’attesa intesa come un luogo-non luogo a seconda del come si viva psicologicamente e internamente la dimensione del tempo che scorre; ci troviamo di fronte ad opere originali ed interessanti che propongono diverse chiavi di lettura: lo spazio della galleria è diviso a metà da una lunga linea gialla, simbolo di demarcazione tra uno spazio accessibile ed uno inaccessibile, metafora dell’ostacolo al contatto umano oppure semplice confine da non oltrepassare mentre si attende la metropolitana. La linea la possiamo trovare alla posta o in farmacia: ci invita a tenere la giusta distanza da chi ci precede mentre aspettiamo il nostro turno così oltrepassarla significa varcare la soglia di una presunta privacy. Allora di fronte a questa linea di trincea ci ritiriamo in noi stessi attenti a non offendere chi ci sta vicino con la nostra “eccessiva” vicinanza.
Ma quante linee di confine immaginarie, costruite dentro di noi tracciamo ogni giorno per separare il nostro mondo da quello di chi ci sta intorno?
Aspettare è vivere in uno spazio e in un tempo i cui lineamenti vengono tracciati dalla nostra mente, da come percepiamo l’esterno e l’interno; si può capire molto di una persona anche da come vive il momento dell’attesa: è ansiosa se non sta ferma, serena se fa il contrario, curiosa se si mette ad osservare i minimi dettagli di ciò che la circonda.
Interessante esperimento è quello di Adriano Petrucci che ha usato i tagliandi che si distribuiscono per segnare il posto in un esercizio commerciale raccogliendoli in quello che lui ha intitolato “Contenitore di tempo. Contiene tempo dalle ore 9 alle ore 12”: sembra banale ma è in fondo una verità quella che spazi, porzioni della nostra vita fluiscono veloci tra un’attesa e ed un’altra. Ci troviamo in fila per qualsiasi cosa: la spesa, la posta, il traffico e per mille altri motivi. Che facciamo di quei momenti , come li viviamo? Anche il treno è luogo-non luogo per eccellenza: dove siamo infatti mentre viaggiamo, come descrivere esattamente la situazione di chi si muove e sta fermo nello stesso momento? L’installazione acustica di Isabella De Chiara ci parla proprio di una sequenza di stati emotivi di fronte al momento dell’attesa con parole che si ripetono inquietanti e ossessive, significanti l’arrovellarsi della mente, la ricerca di senso e di stabilità. Un’altra opera che ci aiuta a riflettere è quella di Daniela Marsala “Gli orrori di tutte le guerre” che in 9 tavole di compensato ha raggruppato scarpe usate ed abbandonate con l’intento di fotografare l’aspetto tragico e non-sense di ogni guerra che trascina dietro di sé macerie, desolazione e morte. Chi vive questo orrore è costretto a perdere la propria identità ed ad abbandonare le scarpe dentro cui prima si riconosceva. Così l’attesa in questo caso è di riscatto e liberazione.
Si può trasformare in agonia o in dolcissimo spazio da riempire con progetti, sogni come quando si attende un bambino; siamo ancora capaci di dilatare il nostro cuore e la nostra mente per aprirli a ciò che è costitutivo nella nostra vita? L’attesa è il senso che accompagna il nostro cammino esistenziale tanto che possiamo definire la vita una lunga successione di attese. Può essere accolta allora come un dono o rifiutato come un male radicale.
Dipende da quanto siamo disposti a farci mettere in discussione dall’imprevisto, dalla nostra capacità di sorprenderci. Possiamo dire perciò che l’attesa può essere sorella della speranza come della disperazione, può creare o distruggere come nel caso dell’opera di Simone Zaccarella “Purgatorio” che su 9 tavole in ceramica trasmette il senso del passaggio, del transito in un luogo per eccellenza noto come anticamera da compiere per il superamento del dolore.
Attesa ancora è ciò che spinge il viaggiatore a trascendere se stesso per perdersi in labirinti che possono essere luoghi come persone nuove alle quali aprirsi.
Il tema della mostra nella sua ricchezza e complessità viene affrontato dai dieci artisti con grande passione e professionalità; i linguaggi scelti nella loro differenza trasmettono l’intenzione di voler coinvolgere i visitatori invitandoli a riflettere e ad interrogarsi su un tema di importanza fondamentale per la vita di tutti.
Orsola Caliguira
Luglio 2008