Georges Basas

di Piero Pala

A proposito di monoliti e di erosioni naturali.


Nato nel 1957 a Ginevra da genitori catalani, Georges Basas è membro della società dei pittori, scultori, architetti e artisti visuali Svizzeri (S.P.S.A.S.). Dopo due anni di studi come arazziere decoratore decide di seguire un corso d'apprendistato di fotografo professionale che lo porterà ad eleggere la fotografia come suo unico dispositivo espressivo.
La mostra presentata In anteprima italiana alla galleria Sala 1 consta di 35 fotografie che raccontano di lavori quotidiani, di gesti semplici e di efficace pregnanza emotiva, di sconfinati paesaggi e talvolta anche di pose impreviste, ma soprattutto ci parla di forma realizzabile, di rigore costruttivo e di gestione classica del dispositivo fotografico.
Nel corso della sua ultra ventennale esperienza di fotografo-artista Basas ha sentito l'esigenza di "presentare degli elementi monolitici costruiti dall'uomo, che descrivono il passaggio del tempo. Delle costruzioni erose e parzialmente distrutte dagli elementi della natura o dall'uomo stesso" per evidenziarne l'afflato imprescindibile che le forze naturali imprimono su queste opere murarie e quindi " la distruzione di ciò che costruisce l'essere umano".
Ciò è chiaramente documentato da queste fotografie che ne evidenziano ancor più la staticità apparente e la vertiginosa solitudine in uno spazio in cui "il soffio del vento riprende possesso dello spazio temporaneamente occupato dalle opere dell'uomo.
L'oriente impresso sul supporto foto-chimico e sviluppato in camera oscura testimonia di un coacervo numero di luoghi la dove sorge ogni giorno la luce. Il sole però nell'opera fotografica di Basas è spesso immortalato nei suoi riflessi e nelle ombre che come una calcografia scolpiscono lo spazio rappresentato pur rimanendo neutro alla percezione sensoriale in virtù dell'utilizzo del negativo in bianco e nero. Un sole quindi che brucia, sorge o cala allo stesso modo, ma dove la ricchezza dello spettro cromatico del raggio di sole è occultata come una forma di
mãyã (illusione) per ritrovare, se possibile, l'essenza di questo principio vitale che lo orienta nelle sue peregrinazioni tra l'India, Bali, la Tailandia e lo Sri Lanka. 
La posizione di Basas nell'attimo del meccanico click fotografico non è mai prevaricatoria e si pone sempre ad un'esemplare distanza dal soggetto che desidera ed osa registrare attraverso l'obiettivo di luminosità che ad intermittenza infrange l'otturatore sottraendo un souvenir all'oblio del voyeur restituendoci l'immagine impressa sul negativo con una superba resa della grana fotografica.
Come per il ciclo fotografico sul corpo umano (dove si ripercuoteva l'assenza del pathos erotico) questa selezione operata per gli spazi architettonici della Sala 1 si completa magistralmente sulle pareti di mattoni faccia vista e asseconda, con le severe diagonali che Basas evidenzia nel taglio fotografico, il rigore costruttivo (adottato anche in fase di sviluppo) di queste statuarie immagini fotografiche.
Denudando l'estrinseco riferimento soggettivo che la macchina fotografica tenta inesorabilmente di riprodurre e quindi svuotando le immagini dei loro simulacri simbolici o metaforici, queste opere fotografiche ci restituiscono un processo formale di insuperabile bellezza stilistica.
Non pago della ricerca formale dispiegata con un apparecchio 24x36, provvisto di un  grandangolo 24mm, le cui distanze focali sono grandemente rispettate da l'ampia apertura dell'obiettivo, e utilizzando una pellicola di 125 Iso, il fotografo Jurese partecipa personalmente al processo di sviluppo e alla stampa su carta baritata annullando quella spartizione dei ruoli operativi o la distanza tra il fotografo e il tecnico di laboratorio sempre più imperante nella realizzazione di stampe digitali di connotazione artistica.

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